Lo storico Gian Paolo Bertelli ha portato i volti dei ragazzi mai tornati a casa dopo essere stati imprigionati nei campi nazisti

Morirono per gli sforzi, per la malattia, per le torture, sotto i bombardamenti i 54 Internati Militari Italiani di Copparo: non tornarono più alle loro case dopo essere stati imprigionati nei campi nazisti. È stato dedicato a loro il pomeriggio al Museo La Tratta, organizzato in occasione della Giornata della Memoria, che ricorda le vittime dell’Olocausto, delle leggi razziali, coloro che hanno messo a rischio la propria vita per proteggere i perseguitati ebrei, tutti i deportati militari e politici italiani nella Germania nazista.

L’evento è stato realizzato da Archeologi dell’Aria, Associazione Storia in Grigio-verde, Associazione Nazionale Genieri e Trasmettitori d’Italia e Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi in Guerra, con il patrocinio del Comune di Copparo. «Ci sarebbe piaciuto – ha introdotto Fabio Raimondi, presidente dell’Ada – parlarne con i ragazzi delle 
scuole, ma purtroppo la situazione non ce lo consente: speriamo in un futuro vicino di potere condividere con loro questa pagina della nostra storia
».
«Abbiamo il dovere di ricordare e di trasmettere questa memoria – gli ha fatto eco il sindaco Fabrizio Pagnoni –. Non solo perché ci sia da monito, ma anche per poter riconoscere ed estirpare eventuali rigurgiti di odio e di intolleranza».

Lo storico Gian Paolo Bertelli ha dato conto di quanto accadde dopo l’8 settembre, quando i militari, abbandonati al loro destino, dovettero scegliere fra rispettare il giuramento al re o aderire alla repubblica sociale. I 650mila militari che non vollero combattere al fianco dei tedeschi furono condotti nei lager e sfruttati per il lavoro coatto nell’industria bellica. In tanti non fecero ritorno: 385 i ferraresi e, fra loro, i 54 copparesi. Se Aladino Govoni, Lino Cavallari e Werter Marchi, morirono rispettivamente alla Porta San Paolo, a Cefalonia e in mare, i 54 internati militari trovarono la morte nei campi.

La ricerca condotta da Bertelli ha permesso anche di ritrovarne le fotografie in diversi casi. Giovanni Mandrioli, Nelusco Casalini, Lamberto Bettini e il fratello Efrem Euro, che aveva rifiutato il nome Benito, Roberto Bottoni, Arturo Mari, Ultimo Petrucci, Giacomo Trombini, Secondo Bassi: visi di ragazzi nel pieno delle forze annientati dalla prigionia, mai ritornati a 
Copparo, Tamara, Fossanta, Sabbioncello, Coccanile.

La seconda parte dell’incontro è stata dedicata a Radio Caterina: l’apparecchio ricevitore radio ad onde medie ricavato da materiali di recupero reperiti nei campi di prigionia, costruito clandestinamente dai militari italiani, fra i quali anche Giovannino Guareschi, e utilizzato per captare le stazioni militari. Per poter ascoltare Radio Londra e i suoi messaggi quegli uomini sottoposti a ogni genere di vessazione studiarono ogni possibile stratagemma, come ricavare il filo di rame 
rubandolo dalla dinamo della bicicletta delle SS, costruire le batterie con capelli, unghie, urina, monete e zinco sottratto dai lavatoi. Gian Paolo Bertelli l’ha ricostruita con le stesse tecniche in una settimana e l’ha fatta funzionare, donando poi la riproduzione al Museo La Tratta.