Polo chimico e industriale di Ferrara

Il sindacato si sta impegnando affinché i vari livelli istituzionali condividano una posizione di contrasto alla decisione di Eni

L’intenzione dichiarata da Eni di procedere alla chiusura dell’impianto Cracking di Porto Marghera ha destato varie preoccupazioni fra le organizzazioni sindacali, ma anche nel sistema istituzionale che governa il territorio ed il Paese. Se non si difendono le attività – tre impianti nel solo territorio del Comune di Ferrara tra Eni Versalis e LyondellBasell – quali posti di lavoro verranno messi a disposizione di chi oggi è a scuola o si affaccia al mercato del lavoro? Filctem Cgil Ferrara, attraverso un comunicato che riportiamo integralmente, ha spiegato la situazione partendo dal fatto che la transizione intelligente non chiude le fabbriche.

In questi giorni si è diffusa la notizia della intenzione di Eni di procedere alla chiusura entro aprile del prossimo anno, dell’impianto Cracking di Porto Marghera, che tra le altre cose produce e invia a Ferrara etilene e propilene.
Le rassicurazioni che la società sta facendo girare a mezzo stampa, sembrano improntate all’ottimismo: “non state a preoccuparvi, ci penseremo noi”. Tutta la vicenda sembra essere, nella rappresentazione aziendale, un affare interno che non susciterà conseguenze.
Ci sono invece motivi concretissimi sia per essere preoccupati che per darsi da fare affinché i soggetti preoccupati non siano solo le organizzazioni sindacali, ma anche il sistema istituzionale che governa il territorio ed il Paese.
Eni è una società in cui opera, con poteri di indirizzo, lo stato italiano attraverso il ministero dell’economia e sue derivazioni. Eni è l’unico detentore degli impianti che oggi producono quei materiali (etilene e propilene) che non si trovano immediatamente sul mercato: se nessuno li produce (chiudendo Porto Marghera spariranno 200.000 tonnellate di propilene e ancora di più di etilene) vanno ricercati all’estero e rivenduti ai clienti italiani (per Ferrara, Versalis e Basell). Con tutte le problematiche del caso legate anche alle condizioni tecniche del trasporto di questi gas.
Un effetto che inesorabilmente andrà a rendere più oneroso il reperimento delle materie prime per gli impianti F 10, F 24 e MPX.
Per la sua storia di responsabilità sociale verso i suoi dipendenti, l’azienda Eni avrà certamente pronte soluzioni in grado di mantenere per un certo tempo i rapporti di lavoro – in Versalis – messi in crisi da questa scelta.

Ma tale scelta metterà le attività di quei tre impianti in condizioni di scarsa competitività, un aspetto delle produzioni che non è solo di interesse aziendale, poiché quando si mette in difficoltà un business, chi lo detiene (sia essa Versalis o Basell) può fare valutazioni sulla prospettiva degli impianti in funzione della sua dimensione internazionale.
Se una azienda avrà la possibilità di produrre polietilene o polipropilene a condizioni di maggiore vantaggio economico in un altro sito europeo, a cosa serviranno le rassicurazioni Eni sulle forniture?
Se non si difendono le attività – tre impianti a Ferrara – quali posti di lavoro verranno messi a disposizione di chi oggi è a scuola o si affaccia al mercato del lavoro, già appesantito dalla pandemia?
Un territorio debole ha il dovere di “costruire” il suo futuro partendo dalle cose che sa fare: il Polo Chimico sa produrre questi semilavorati che sono essenziali per le piccole e medie imprese di settori importanti, dal packaging al biomedicale all’alimentare.
Questo “saper produrre” PP e PE, è possibile grazie anche al know-how di tutte quelle attività di indotto, che sparirebbero se, una società come Basell per esempio, valutasse più opportuno realizzare le sue produzioni di polipropilene distribuendole sugli impianti ad analoga tecnologia in giro per l’Europa.
Attivare i livelli istituzionali, portarli a condividere una posizione di contrasto alla decisione dell’Eni, è un impegno da subito che il sindacato sta mettendo in campo.
Occorre che quegli investimenti richiamati dal piano di sviluppo della società Eni, ispirati alla circolarità dell’economia, siano messi in campo prima di uscire dai settori in cui la società è oggettivamente perno decisivo per l’esistenza di attività come quelle del F10, F24 ed MPX.
La transizione verso la decarbonizzazione delle produzioni deve saldare l’obiettivo generale con la necessaria tenuta sociale ed economica dei territori, per non perdere oggi delle attività certe e redditizie in nome di un domani che tutti auspichiamo ma che purtroppo, per ora, è molto indefinito.