Strada deserta per l'emergenza Covid (foto repertorio Shutterstock.com)
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In Emilia-Romagna calo del -0,49%. L’analisi dell’Osservatorio dell’economia della Camera di commercio di Ferrara

Sono 1.469 le imprese nate nella provincia di Ferrara nel 2020, 211 in meno rispetto all’anno precedente. A fronte di queste, però, 1.857 hanno chiuso i battenti nello stesso periodo, 220 in meno rispetto al 2019. Il risultato di queste due dinamiche ha consegnato, a fine anno, un saldo tra entrate e uscite negativo per 388 imprese e, dunque, a fine dicembre 2020 lo stock complessivo delle imprese ferraresi ammontava a 34.417 unità. Normalmente – sottolinea la Camera di commercio – le cancellazioni di attività dal Registro delle imprese si concentrano nei primi tre mesi dell’anno ed è in questo periodo che si attendono le maggiori ripercussioni della crisi dovuta alla pandemia. Crescono le società di capitali (+1,7%), che confermano l’orientamento – ormai consolidato – anche tra i neo-imprenditori, che, per affrontare il mercato, si affidano sempre più spesso a formule organizzative più “robuste” e strutturate, mentre diminuiscono imprese individuali (-1,9%) e società di persone (-2,2%), in particolare artigiane. Questi i dati di sintesi della rilevazione sulla natalità e mortalità delle imprese diffusi dall’Osservatorio dell’economia della Camera di commercio di Ferrara sui dati del Registro delle imprese.

Dal punto di vista dei settori, a soffrire è soprattutto il commercio, con un saldo in linea rispetto all’anno precedente (-168 contro -167 del 2019), seguono agricoltura (-112 contro il -165 del 2019) e alloggio- ristorazione (-34), seguita a poca distanza dalla manifattura (-31) e dai servizi alla persona (-31). Segnali positivi si rilevano dai servizi alle imprese (+20), dalle attività immobiliari (+13) e dalle costruzioni (+9), insieme alle attività artistiche-sportive-benessere (+9). Resiste l’artigianato, che chiude il proprio bilancio annuale con 59 unità in meno, quando lo scorso anno la riduzione era stata di 155 unità. Tra i comparti artigiani, negli ultimi dodici mesi hanno fatto meglio le imprese di servizi per edifici (+11 unità), le costruzioni (+6) e le coltivazioni agricole (+7). In rosso la manifattura (-20) fatta eccezione per la riparazione di macchinari, le attività dei trasporti e magazzinaggio (-14) e i servizi alla persona (-14). Aumentano le unità locali diverse dalle sedi (nel 2020 +92 unità-locali), raggiungendo il valore di 7.657: più della metà ha sede in provincia e tendono a contrarsi, mentre quelle con sede fuori dalla nostra provincia continuano a crescere.

Le imprese giovanili, pur rappresentando più di un quarto del totale delle iscrizioni (25,2%) e appena il 7,5% delle chiusure complessive, riducono la loro consistenza passando dalle 2.530 unità del 2019 alle attuali 2.473 (57 in meno, riduzione più contenuta rispetto allo scorso anno quando si era registrata una contrazione di -91 unità). Il saldo della movimentazione è, infatti, largamente positivo (+273 unità, in crescita rispetto al 2019 quando si segnarono +231 unità). Per le imprese straniere, la differenza tra aperture e chiusure sempre positiva, risulta ancora in lieve ripresa, segnando un +82 unità, quando nel 2019 il saldo era stato di +74, ma nel biennio 2011-2012 l’ordine di grandezza è stato più che doppio. Mentre crescono le nuove iscrizioni, rallentano leggermente le cancellazioni, passate dalle 258 del 2018 alle 294 del 2019 fino alle 197 dell’anno appena concluso. Ogni 1.000 imprese 94 non sono gestite da italiani, quando a livello regionale il rapporto è di 125 e in Italia di 104. Per quanto riguarda l’imprenditoria femminile, l’andamento della movimentazione registra anche nel 2020 un saldo tra aperture e chiusure pesante (-101 unità, erano -39 nel 2019). La quota di imprese femminili in provincia rimane comunque elevata, con un valore pari al 22,8%, quota ancora superiore a quanto rilevato in Emilia-Romagna (20,8%) e in Italia (22,0%).

Il Paese è tenuto in piedi dalle nostre imprese, il Governo le ascolti”, afferma Paolo Govoni, commissario straordinario della Camera di commercio, che, sulla stima riportata dall’Istat, secondo cui un terzo delle imprese italiane è fortemente a rischio, ha aggiunto: “Non significa che siano tutte destinate a fallire, ma è un numero che fa pensare anche perché la crisi non inizia oggi. Prima della pandemia il Pil era ancora del 4% sotto ai livelli del 2008 e dal 2010 l’Italia ha perso 31.186 imprese (-0,5%), di cui 3.332 ferraresi (-8,8%). Una sana politica deve fornire a tutte le imprese – di qualsiasi dimensione e settore e in ogni parte del territorio – gli strumenti giusti per competere“.

Tra le regioni, la crescita più sensibile si registra, ancora una volta, in Campania (con un tasso di crescita dell’1,09%) e nel Lazio (1,03%), seguite da Sardegna (+0,91%) e Puglia (+0,80%). Sul fronte opposto Marche (-0,58%), Friuli V.G (-0,58%) ed Emilia-Romagna (-0,49%) sono le regioni che hanno fatto segnare le contrazioni più rilevanti.