Al Castello di Ferrara la mostra fotografica di Silvia Camporesi
Nella foto Vittorio Sgarbi all'inaugurazione della mostra a Castello Estense

Da oggi visitabile la mostra fotografica “sommersi e slavati” di Silvia Camporesi

È stata inaugurata ieri a Ferrara la mostra fotografica “Sommersi salvati”, con le immagini di Silvia Camporesi. La rassegna sarà aperta al pubblico e visitabile da oggi, sabato 27 gennaio, fino al 17 marzo nella sala dei Comuni del Castello Estense.

Organizzata dal Seminario Vescovile di Forlì, Fondazione Ferrara Arte e Servizio Musei d’Arte del Comune di Ferrara, proprio nel seminario forlivese la rassegna era stata dapprima ospitata, e “ora, nella nuova e più sontuosa sede ferrarese, diventa una sorta di mostra itinerante”, come ha sottolineato la stessa artista, la cui ricerca negli ultimi anni è dedicata al paesaggio italiano e le cui opere sono presenti in collezioni pubbliche e private, tra cui il MAXXI di Roma, la Collezione Farnesina, il Mart di Rovereto, MAC Lissone (Gruppo BNL, Milano), alla GNAM di Roma.

Sommersi salvati – titolo che evoca l’ultimo libro pubblicato da Primo Levi (1986) – racconta una storia di libri e di passione. Tanti libri, piccoli e grandi, soprattutto di storia e teologia, custoditi nella biblioteca del Seminario Vescovile di Forlì; libri improvvisamente sommersi dall’acqua e dal fango nel corso dell’alluvione che ha colpito violentemente l’Emilia-Romagna lo scorso maggio; libri provvidenzialmente e faticosamente salvati dagli uomini, che da loro ricevono da sempre nutrimento. Assieme al video di Mara Moschini e Marco Cortesi, anch’esso presente nella Sala dei Comuni in Castello, le immagini di Camporesi raccontano questo tragico quanto imprevedibile evento e soprattutto quello che ha generato: una straordinaria, convinta e struggente difesa della memoria grazie all’opera di cittadini, volontari e forze dell’ordine che hanno lavorato nel fango senza sosta per portare in salvo gli “abitanti” della biblioteca forlivese.

“Le fotografie di Silvia Camporesi vanno ben oltre la documentazione – riflette l’assessore alla Cultura Marco Gulinelli – si tratta di scatti coinvolgenti in cui esalta il lavoro delle centinaia di persone accorse in quei giorni per aiutare. Catastrofi come quella avvenuta in Emilia Romagna hanno un effetto distruttivo sulle persone, ma anche sul patrimonio culturale. Il lavoro di Silvia Camporesi, che ha ora sede al Castello Estense di Ferrara, rappresenta il salvataggio di 50mila libri, un terzo dei documenti presenti del seminario vescovile di Forlì quando è stato travolto dall’acqua e dal fango”.

“Ferrara e Forlì si abbracciano in questa mostra, tornando sorelle di una stessa terra, la stessa terra che abbiamo visto in tutta la sua fragilità – dice il presidente della Fondazione Ferrara Arte, Vittorio Sgarbi -. Questa mostra non è una commemorazione, ma è la sublimazione di un momento tragico che attraverso la visione estetica di Silvia Camporesi vive nella nostra memoria. E questo è il senso dell’arte. Le sue sono fotografie grandi, parlanti, sono fotografie di umanità, raccontano di persone che hanno visto e hanno vissuto quei momenti. E con loro, anche i libri sono come persone, che vivono e raccontano esistendo oltre il loro tempo”.

“Il 16 maggio 2023 è un giorno che non dimenticherò mai – racconta Silvia Camporesi -. Sono una fotografa, ma solitamente non mi occupo di reportage. Volevo però restituire attraverso le immagini questo processo di salvataggio che tante persone, tanti volontari, avevano messo in atto. I libri sono stati sommersi e alcuni di loro sono stati salvati, soprattutto quelli più antichi che altrimenti sarebbero andati irrimediabilmente persi, dimenticati”.

“Fin da subito abbiamo capito che dovevamo documentare, rappresentando però questo momento in maniera artistica, come memoria senza tempo di una cosa grande accaduta – evidenzia Sauro Turroni, ha collaborato all’allestimento -. Silvia Camporesi stava già documentando i tantissimi giovani volontari accorsi, immersi nel fango con i badili e gli stivali, che lavorano da mattina a sera per aiutare la popolazione. Dovevamo salvare un pezzo di memoria e di storia, che aveva coinvolto le famiglie, ma anche conventi, seminari e altri luoghi di culto. Don Andrea Carubia ha capito subito e ci ha lasciato fare”.