Un momento dei controlli

Le indagini sono state coordinate dalla Procura della Repubblica di Ferrara

Continua incessante l’attività di contrasto dell’Arma ferrarese al fenomeno del caporalato in agricoltura, che le recenti inchieste hanno evidenziato come presente, in particolare, nell’area del portuense, e che vede la locale Compagnia dei Carabinieri impegnata in prima linea.

L’ultimo atto della serie di attività investigative dei militari portuensi è l’applicazione della misura cautelare del divieto di dimora nella provincia di Ferrara a carico di tre cittadini pakistani, tutti residenti tra Portomaggiore a Argenta, indagati in concorso tra loro del reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, meglio conosciuto come caporalato.

La misura restrittiva eseguita nella mattinata di ieri, è stata emessa dal GIP presso il Tribunale di Ferrara su richiesta della locale Procura della Repubblica, che ha pienamente condiviso le risultanze delle investigazioni dei Carabinieri.

Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Ferrara, sono state condotte dai militari del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Portomaggiore, con il supporto dai colleghi del Gruppo Carabinieri Tutela Lavoro di Venezia e del Nucleo Ispettorato Lavoro Carabinieri di Ferrara, nonché del personale civile dell’Ispettorato Territoriale del Lavoro di Ferrara e, l’operazione di oggi, rappresenta lo sbocco conclusivo di una più complessa attività investigativa che, negli ultimi due anni, ha portato i militari portuensi ad assestare più colpi ai “caporali”.

Infatti, nell’ambito dello stesso filone investigativo, già nel novembre scorso i Carabinieri avevano proceduto all’arresto di due cittadini pakistani ed al sequestro preventivo di beni per l’equivalente di circa 100.000 euro in immobili e depositi bancari, mentre nell’aprile 2022 avevano arrestato altri tre cittadini pachistani ed avevano eseguito un sequestro preventivo di beni per l’equivalente di circa 80.000 euro in immobili, veicoli e depositi bancari, con la denuncia in stato di libertà di ventitré imprenditori agricoli, che si avvalevano della manodopera fornita dai “caporali”, alcuni dei quali sono stati poi oggetto di sanzioni amministrative per complessivi 700.000 euro circa, applicate dal Gruppo Carabinieri Tutela lavoro di Venezia per violazioni in materia contributiva e di lavoro nero.

Anche in quest’ultima fase delle indagini, i Carabinieri hanno raccolto plurimi elementi indiziari a carico degli indagati in ordine alla loro attività di “caporali”, condotta dal 2021 e tutt’oggi in essere, nella quale i medesimi reclutavano i loro connazionali, curandone il trasporto presso le aziende agricole della zona e, approfittando del loro stato di bisogno, costringendoli, anche mediante minaccia, al lavoro nei campi in condizioni di sfruttamento, violando sistematicamente le vigenti normative di settore, tra le quali quelle relative all’orario di lavoro, ai riposi, alle ferie e alla paga.

Dalle indagini dei Carabinieri, articolate su mesi di osservazioni, pedinamenti e intercettazioni, è emerso, in particolare, che i “caporali” retribuivano i lavoratori spesso “in nero” e, comunque, in modo palesemente difforme dai contratti collettivi, riconoscendo al lavoratore una paga di circa 5/6 euro l’ora in luogo di una spettanza pari a circa 10 euro, ed incamerando la differenza a titolo di compenso per la “mediazione” con l’imprenditore agricolo. I lavoratori, perlopiù sprovvisti di conoscenza della lingua italiana, prestavano la loro opera anche 7 giorni su 7, per 10/12 ore al giorno, senza poter usufruire di ferie, permessi, formazione sulla sicurezza, viste mediche periodiche, dispositivi di protezione ed altri benefici previsti dalla vigente normativa e venivano indottrinati sulla versione da fornire in occasione delle eventuali verifiche da parte degli ispettori del lavoro.

È stata addirittura appurata, l’esistenza di un sistema di sanzioni per i lavoratori che avessero denunciato la situazione alle forze dell’ordine o avessero avanzato contestazioni di qualsiasi natura, come lamentarsi del freddo o delle condizioni di lavoro. Questi venivano immediatamente privati della possibilità di lavorare. Anche in caso di malattia, le vittime erano costrette a lavorare comunque per non perdere l’impiego, lusso che non avrebbero potuto assolutamente permettersi, avendo necessità di denaro per la loro sussistenza in Italia e per quella dei loro famigliari in patria. Complessivamente, dunque, emerge l’esistenza di un sistema, ormai rodato, che si regge sullo sfruttamento dello stato bisogno dei lavoratori e sulla sottomissione degli stessi ai “caporali”, anche col ricorso ad intimidazioni e vessazioni, a cui si associa la costante violazione della normativa sulla sicurezza e sui diritti dei lavoratori, sistema che, nel solo portuense, ha permesso ai “caporali” pakistani lo sfruttamento, complessivamente, di oltre 300 connazionali, talvolta con la compiacenza di alcuni imprenditori agricoli.