Il Re archeologo e il tombino di Stoccolma
I meno giovani lo ricordano ancora, gentile, schietto, la parlata in perfetto italiano, l’abbigliamento informale, armato di paletta e piccozza, attraversare Ferrara per raggiungere Valle Trebba, la località dove fervevano gli scavi della necropoli di Spina, la città etrusca sorta sulle sponde del Po tra la fine del VI e la metà del III sec.a.C. “Il Re archeologo” lo chiamavano, e Re archeologo era davvero. Salito al trono nel 1950, Gustavo VI Adolfo re di Svezia (Stoccolma 1882 - Hälsingborg 1973) aveva sempre nutrito un profondo amore per l'archeologia, acquistando fama di valente studioso sia per gli scavi che aveva diretto che per i tanti contributi scientifici. A Ferrara venne più volte, agli inizi degli anni Sessanta, partecipando attivamente alle indagini archeologiche nella città deltizia.
L’esposizione del chiusino regalato al Manhole Cover Museum di Ferrara dall’amministrazione comunale di Stoccolma fornisce il pretesto per festeggiare le nozze d’oro tra la nazione scandinava e il capoluogo estense, inaugurando mercoledì 24 marzo, al Museo Archeologico Nazionale, la mostra “Capolavori calpestati. Quando l’arte è sotto i piedi” e ricordando giovedì 25, alle ore 16.30, la figura di Gustavo VI con la conferenza condotta dalla Direttrice del museo Caterina Cornelio e da Barbro Santella Fizzel, Direttrice dell’Istituto Svedese di Studi Classici a Roma. A entrambi gli appuntamenti sarà presente l’Ambasciatore di Svezia in Italia, Anders Bjurner.
Il mix è a dir poco singolare: dai capolavori dell’arte classica a quelli dell’era industriale, più di 2.500 anni separano i crateri attici esposti al piano nobile dai primi tombini in ghisa in mostra nella Loggia del Cortile d’Onore di palazzo Costabili, detto di Ludovico il Moro. Matrimonio morganatico quello che si celebra al Museo Archeologico Nazionale a partire da mercoledì 24 marzo, in coincidenza con la prima giornata della XVII edizione del Salone dell’arte del restauro e della conservazione dei beni culturali e ambientali, la fiera che si tiene nel capoluogo estense fino al 27 marzo. A dispetto dell’apparenza, questa mostra non ha forse location più appropriata. Cos’è in fondo un tombino se non la chiave di volta tra il mondo di sopra, quello architettonico, e il mondo sotterraneo dell’archeologia? E non è forse un’opera d’arte il tombino stesso, semplice manufatto di ghisa da un lato e artistico bassorilievo dall’altro, marchio e simbolo, quasi una medaglia che ogni città conferisce al mondo sotterraneo che la fa funzionare?
Si deve all’inventiva di Stefano Bottoni, patron del Ferrara Buskers Festival, la creazione di una collezione unica al mondo, quella dei manholes (letteralmente buchi da uomo) di ghisa. Un’arte che sta sotto i nostri piedi e calpestiamo ogni giorno, ma non per questo meno suggestiva e affascinante. Quella del Museo Archeologico Nazionale sarà la più grande esposizione fatta finora con una settantina di esemplari giunti da tutto il mondo, compresa Cuba e il Brasile. Si va dal chiusino di Valencia, con il marchio del pipistrello di Fagundo Bacardi che troviamo sull’omonimo rhum, a quello di Berlino con i palazzi storici, dal tombino di Praga, con la Torre del Ponte di Mala Strana, a quello di Atene, a cerchi concentrici. Pezzi di storia che la storia testimoniano e raccontano: sul tombino di Roma, decorato con il fascio littorio, sono passati i carri armati della II Guerra Mondiale, quello di Danzica, con la corona e due croci, ci ricorda che da quel porto salparono i Crociati per la terra Santa.
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