14 novembre 2012 - Ferrara, Cronaca, Economia & Lavoro, Eventi

Sciopero generale e manifestazioni di piazza: Ferrara, dove sei?

All'interno galleria fotografica di Geppy Toglia

Ferrara – Le statistiche dello scorso giugno, quando ancora non si era fatto sentire l’effetto terremoto, raccontavano che a Ferrara il 9,5% della forza lavoro è disoccupata, il picco più alto registrato in città dall’aprile del 1999.

Nonostante questo, in Piazza Municipale stamattina, in pochissimi hanno partecipato alla manifestazione organizzata dalla GCIL in occasione della giornata di mobilitazione promossa dalla Confederazione europea dei sindacati, tradottasi in Italia anche con uno sciopero generale di quattro ore, come hanno fatto Grecia, Portogallo e Spagna.

Poche centinaia di persone però hanno preso parte alla manifestazione, per la maggior parte lavoratori provenienti dalla provincia: sullo scalone del Municipio gli striscioni di Fiom Ferrara Petrolchimico, della Federazione dei lavoratori dell’Agrindustria, della sezione Motori di Cento, giù uno sparuto gruppo di insegnanti e qualche decina di studenti – il resto della città è rimasta fuori dal perimetro della piazza, lontano dalle ragioni della protesta.

Una protesta che unisce i sindacati di tutti i paesi d’Europa contro politiche che producono tagli di bilancio e piani cosiddetti “di salvataggio”, che servono in realtà da pretesto per rimettere in discussione i diritti del lavoro e le protezioni dello stato sociale.

Sul palco montato dalla CGIL si sono alternati rappresentanti sindacali, studenti ed operai.

Daniele, in rappresentanza della RUA ha detto “La mia generazione è nata europea: non abbiamo mai maneggiato la Lira, non abbiamo mai avuto bisogno di timbri sul passaporto per spostarci in Europa, ma adesso agli stati europei dobbiamo chiedere di fare scelte coraggiose, tralasciando le politiche finanziarie e concentrandosi sul quelle sociali, per garantire l’accesso all’istruzione e il diritto allo studio”.

Una protesta “globale” europea, che ha portato al microfono anche un rappresentante della Confederazione Sindacale Tedesca. Nelle sue parole la consapevole disfatta di un sistema economico liberista, che ha deluso le aspettative di tutta la comunità europea e che necessita di un’importante inversione di rotta, cioè di scelte politiche, economiche e sociali importanti e generalizzate.

“La fede nell’onnipotenza del mercato ha determinato la politica e l’economia europea degli ultimi decenni ed ora stiamo pagando le conseguenze del fallimento evidente e tangibile del liberismo. Solo che i nostri governi, invece di cambiare la direzione delle loro scelte, hanno deciso di dare un altro giro di vite al wellfare, incrementando la politica delle liberalizzazioni. Principale promotore di questa situazione è il governo tedesco, nella persona di Angela Merkel. E per noi è una vergogna”.

Suscitando la simpatia della sparuta platea con questo “mea culpa”, il delegato tedesco ha proseguito la sua arringa, indirizzando un messaggio di vicinanza e solidarietà ai lavoratori greci che stanno pagando per primi le misure di austerità volute dal Cancelliere tedesco.

“In tutti i paesi europei aumenta l’abisso fra le condizioni socio economiche dei ricchi e quelle dei poveri, aumenta la disoccupazione, in particolare quella giovanile, aumenta la povertà. Tutto ciò parte dal fatto che si nasconde sotto il termine precariato il concetto di sfruttamento e che, con stipendi da fame e l’azzeramento dei diritti, si sta dichiarando guerra ai lavoratori”.

Qui è scrosciato un applauso sentito, giacché l’azzeramento dei diritti del lavoratore è attualmente un tema caldo negli ambienti del sindacato. “Con la scusa della crisi – ha continuato – stanno demolendo i diritti conquistati con decenni di battaglie, minando alle fondamenta la democrazia europea, della quale tanto ci si fa vanto. Come facciamo quindi noi a difenderci?”

La ricetta. Secondo la Confederazione Sindacale Tedesca, innanzitutto sarebbe necessario decretare la fine del liberismo- o capitalismo – come lo si intende oggi, chiudendo il capitolo dei tagli allo stato sociale e il ricorso all’austerità, poiché questo tipo di politica economica azzera ogni tipo di ripresa e crescita, azzera le prospettive e non fa che mettere incrementare la disoccupazione.

“Serve un piano d’investimenti economici serio, che si basi sul rispetto dei territori e su principi di crescita sostenibili”. Non è poi vero che non ci sono risorse economiche per questi auspicabili investimenti: sono solo mal ripartite.

“Non serve inasprire i patti di stabilità ma andare a tassare i ricchi e i super ricchi, tassare le transazioni economiche e mettere mano ad un'azione comunitaria di vera lotta all’evasione fiscale". Bisognerebe quindi toccare i grandi redditi, le grandi eredità ed i grandi patrimoni che non vengono reinvestiti, così come le centinaia di milioni di euro che si trovano nelle banche dei paradisi fiscali, c'è bisogno che venga dichiarata lotta ad armi spianate alle speculazioni finanziarie.

“I paesi non devono essere soggetti alle regole imposte dalle agenzie di rating e dei gruppi finanziari - ha concluso il rappresentante tedesco -  si deve tornare dalla finanza all’economia”.

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